MERITO DI HAMILTON O DEMERITO DI VETTEL?

Ci siamo illusi per sette mesi, poi da ottobre è apparso chiaro che né Vettel né la Ferrari​ ​ avrebbero vinto questo mondiale F1.

Adesso che Hamilton ha conquistato il quarto titolo mondiale ci resta il sapore amaro in bocca di un’occasione persa. Perché questo campionato era iniziato con una strepitosa vittoria a sorpresa della Ferrari in Australia. Non un fuoco di paglia, ma una vera dimostrazione di forza. E anche perché la stagione era proseguita con un testa a testa Mercedes-Ferrari, anzi Hamilton-Vettel, che fino a luglio avevano vinto quattro gare a testa.

 

Perfettamente alla pari. Poi, proprio dal GP d’Italia a Monza - quasi un beffardo gioco del destino - il campionato ha imboccato sempre più decisamente la strada della Mercedes.

Perciò la vera domanda da porsi è: il titolo l’ha vinto Hamilton con la sua velocità, la sua forza e la sua determinazione o piuttosto l’ha perso Vettel a causa di qualche erroruccio di troppo?

[Foto tratta da www.f1.sport.it]

 

In Italia, tra i fan è partita un po’ timidamente ma anche maliziosamente una certa fronda nei confronti del tedesco della Ferrari. Io dico subito che non la penso così. Si sta tentando di far ricadere sul pilota l’eccessiva colpa di un’illusione sfumata. Pure Marchionne ci ha messo del suo nel definirlo un emotivo. “Se non sapessi che è tedesco, direi che è del sud”, ha chiosato il presidente Ferrari.

 

A Vettel secondo me possiamo rimproverare un solo, unico, grave errore d’esuberanza. Gratuito per le sue folli conseguenze. E cioé la ruotata rifilata a Hamilton a Baku, in Azerbaijan in regime di safety car. Lì ha perso davvero il controllo. Ma in quel GP Vettel è arrivato comunque quarto, ha portato a casa 12 punti contro i 10 di Hamilton. Senza la scorrettezza e la penalità avrebbe forse vinto e ne avrebbe incamerati 25 di punti. Ma con i 13 in più non avrebbe comunque conquistato il titolo visto che a fine stagione ha accumulato un distacco assai superiore da Hamilton.

 

Qualcuno imputa a Vettel anche il crash in partenza a Singapore, ma io continuo a pensare che quello non sia stato un suo errore di guida o una leggerezza, quanto un incidente di gara. Il risultato di eccessivo furore agonistico da parte di tre piloti: Vettel, Verstappen e Raikkonen. È vero che Vettel guida oltre i limiti quando è sotto furore agonistico; ma se certe sue vittorie o alcune rimonte da urlo sono merito di quella prepotenza agonistica che lo pervade (le vittorie in Australia e Bahrain e certi piazzamenti insperati come il 2° posto in Belgio e il 4° in Malesia) dobbiamo anche accettare che a volte il delicato gioco dell' ”o la va o la spacca” possa finire male. Come a Singapore.

 

Penso perciò che sia ingiusto attribuire a Vettel la responsabilità di una sconfitta che - purtroppo - è più colpa della macchina che del pilota. Vettel ha fatto cilecca un paio di volte; la Ferrari si è rotta almeno tre volte sul più bello del campionato. Proprio quando era stato fatto il massimo sforzo per recuperare sulla Mercedes.  Prima il collettore di aspirazione crepato in Malesia su entrambe le monoposto, poi la candela rotta in Giappone. Punti pesanti andati in fumo ben più numerosi di quelli sprecati per l’esuberanza di Vettel in Azerbaijan. Punti che non si possono regalare a un fuoriclasse come Hamilton. 

Alberto Sabbatini – Direttore mensile Auto

 

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